Dori Ghezzi: 'Il jazz? Fabrizio la musica l'amava tutta'

A colloquio con Dori Ghezzi aspettando il jazzistico VIVA#DE ANDRÉ, al PalaCinema di Locarno il 9 ottobre

Dori Ghezzi e Fabrizio De André - ©Reinhold Kohl - Fondazione Fabrizio De André Onlus

Dori Ghezzi. Quella jazz è una delle molte forme assunte dalla musica di Fabrizio De Andrè. Uno degli ultimi insospettabili folgorati dal suo repertorio è Thom Yorke dei Radiohead…

Sì, sì. Che me lo sposo, poi tra l’altro! (ride, ndr)

Che cosa rende, a suo parere, De Andrè così crossover?

Mah. La cosa non mi sorprende e comunque continua a farmi piacere, perché in un primo momento è sempre stata sottolineata sempre più la parte testuale di Fabrizio. Si è sempre pensato che musicalmente non fosse niente di particolare. Ingiustamente, perché col tempo si è scoperto che da anni ci sono artisti che si sono cimentati sia sul piano jazzistico che in chiave sinfonica con Fabrizio, ad esempio con l'album fatto con la London Symphony (‘Sogno n°1’, Sony Music 2011, arrangiato da Geoff Westley, con la collaborazione di Franco Battiato, Vinicio Capossela, del Coro Costanzo Porta di Cremona e di Dori Ghezzi, ndr). Quindi vuol dire che in qualche modo la musica è stata importante e determinante, come lo è stata la sua voce.

A Locarno ci sarà anche lei in prima persona. È il segno che lei e la Fondazione tenete in modo particolare a questo progetto? 

Beh sì. Luigi Viva è anche uno dei biografi di Fabrizio, si erano conosciuti personalmente, quindi è una persona che ha una certa padronanza dell’argomento. E poi identifico anche lui come un grande appassionato di musica, soprattutto jazz, e quindi capisco questa sua esigenza di far evolvere il discorso su musiche e testi di Fabrizio in una chiave che non sia quella originale. Fabrizio è stato sempre un appassionato di jazz. Se qualcuno ama la musica, la ama tutta, che sia musica bella o musica brutta. Secondo Fabrizio non c'è un genere bello e un genere brutto. Mi ricordo, molti anni fa, che girammo mezza Milano per trovare un disco jazz introvabile del trio Jimmy Giuffre, Jim Hall e Ralph Peña, un disco particolare che ricordava fin da ragazzo e che però non aveva. E ricordo che avevamo trovato un cofanetto molto interessante. Lui era felicissimo [ride, ndr], proprio come un bimbo!

Quindi alla domanda “quale musica ascoltava De André?” Possiamo dire “un po' di tutto”?

Di tutto, sì. Se vogliamo, non in modo accanito, perché abbiamo vissuto un periodo, soprattutto il primo periodo sardo, senza ascoltare niente di che, isolati completamente. E poi sempre più selezionando. Ecco, non era un accanito ascoltatore ma cercava di selezionare molto.

Amava anche altri cantautori?

Rispettava. Rispettava chiunque, anche cantanti del pop e… siamo sempre lì, c’erano quelli che a lui piacevano, che capiva e altri invece magari che non riuscivano a colpirlo, a emozionarlo. E questo vale per tutti. In generale, mi sembra assurdo dire “i cantanti preferiti” perché no, non ricordo avesse un artista preferito. Ammirava. Ammirava da George Brassens a Dylan, ammirava Cohen. Ammirava tutti quelli che sapevano il fatto loro e che in qualche modo avevano insegnato anche a lui a migliorare.

C'è un ascolto segreto, qualcosa del tipo “non avrei maggior mai immaginato che Fabrizio De André ascoltasse"...

Fabrizio, se vogliamo, è stato il primo artista a impegnarsi in un tipo di musica che poi è diventata la world music, quindi musica etnica. Era uno che ascoltava musiche e suoni che arrivavano da più parti del mondo, dall'Africa all’Oriente. È ciò che lo ha fatto crescere e lo ha fatto osare, portandolo a cimentarsi musicalmente in cose anticipatrici. Insomma, il ‘Crêuza de mä’ si può considerare il primo vero disco world music, o almeno questo è quello che sostengono sia David Byrne che Peter Gabriel. Grazie anche a Mauro Pagani, naturalmente, che fu scelto proprio perché Fabrizio aveva individuato e lui le capacità ideali per riuscire a realizzare il progetto che aveva in testa.

Lei ha raccontato di come ai tempi di Wess & Dori Ghezzi Fabrizio si nascondesse tra il pubblico per vederne le reazioni. Che rapporto avete avuto, musicalmente, provenendo da due mondi abbastanza opposti? Come vedeva lui il suo mondo?

Come ho detto prima, Fabrizio aveva molto rispetto e, tra l'altro, io che ho smesso di cantare perché quasi non mi ritenevo all’altezza, per lui invece ero una bravissima cantante (sorride, ndr). Insomma, sì, non era uno che non portasse rispetto. Nel nostro caso c'era anche l'affetto particolare, l'amore, non so; se però gli arrivava l'emotività, per lui era sufficiente per apprezzare una canzone o un’interpretazione.

Ha recentemente detto di Fabrizio che non si è mai sentito un cantautore di professione…

No, infatti. Soprattutto da quando aveva deciso di occuparsi di allevamento, in Sardegna, ha sempre considerato un un hobby quello del cantautore, cioè come se avesse ricominciato da capo: “D’ora in poi sono un contadino e per hobby faccio anche della musica, faccio il cantautore”. Questo, secondo me, l'ha aiutato tantissimo perché normalmente le cose fatte come un hobby diventano una scelta e non un dovere. Si riescono ad accettarle molto più facilmente e a farle con divertimento e più passione ancora.

L’ultimo De André che abbiamo ascoltato è stata la versione di ‘Crêuza de mä’, che ha inaugurato il nuovo ponte.

Nel momento in cui il comune mi ha chiamata, chiedendomi di fare qualcosa come colonna sonora dell'inaugurazione e ovviamente decidendo che ‘Crêuza de mä’ era la canzone fondamentale, ormai una sorta di portabandiera della città, ho cercato di ottenere quasi l’impossibile. Mi sembra incredibile come sia stata una delle operazioni più facili, anche se ardua, dove c'era entusiasmo da parte di ognuno. Si sono tutti messi a disposizione con molta convinzione, molto amore, molto attaccamento a Fabrizio, ma anche alla città e alla regione Liguria. Tanto che hanno accettato tutti di cantare in genovese. Questa è la cosa abbastanza anomala e anche rischiosa, perché ci si ritrova spesso a dire “Ah, ma è Fabrizio, ma no!”. E invece in questo caso la cosa si snoda in modo tale che ti arriva così convincente, così sincera proprio perché hanno cantato tutti con grande rispetto e commozione, direi. E viene fuori, viene fuori anche se hanno una sola frase da dire. 

Lei ha scritto la prefazione del libro di The André, il cosiddetto ‘clone vocale’ di Fabrizio, a mio parere uno dei tributi più sinceri e onesti a De André…

Sì, sì. Ha vinto una grande battaglia lui…

In che senso?

Ha vinto una grande battaglia perché non è facile con la voce di Fabrizio fare accettare un genere. L’avrebbero potuto accogliere in modo irriverente, e invece è un ragazzo intelligente, non a caso professore di liceo, che ha saputo affrontare con grande intelligenza la cosa, e con quell’ironia giusta che è stata colta nel modo giusto. Ecco, con grande misura, non in modo carnevalesco vorrei dire.

Fabrizio avrebbe accolto bene il progetto?

Sì, credo proprio di sì. Se fosse stato in vita magari avrebbe fatto un po’ fatica a capire perché (ride, ndr). Oppure avrebbe avuto spazio lo stesso il fatto che uno come Fabrizio, con la sua voce, si cimentasse in un genere che non gli apparteneva. E comunque, tanto sono lontani e tanto sono vicini, perché se The André ha scelto la voce di De André è proprio perché in qualche modo è quella più vicina ai giovani, tutt’ora. Cambia il linguaggio ma alla fine il sentimento resta lo stesso.

Oggi Fabrizio De André avrebbe ottant’anni. I bluesman suonano anche fino a novanta. Che musica scriverebbe e canterebbe oggi? 

Questa è una domanda cui non so mai rispondere, perché lui era sempre molto avanti e quindi parlerebbe di quello che accadrà fra dieci anni (ride, ndr).

Cosa penserebbe della trap?

Ma c'è del buono anche lì. Ecco, forse ce n'è troppa. Perché quando si comincia con un genere si va avanti all'infinito e si danneggia anche chi riesce a fare cose buone. Però va di moda quello e fino allo sfinimento si andrà avanti così. Questo è quello che io penso e probabilmente avrebbe pensato anche lui. Ma in ogni settore c'è sempre qualcosa di buono da salvare. Non so se passerà la storia, magari sì, magari i trapper ancora hanno da dire. Può essere. Me lo auguro.

Quanto manca il pensiero critico di Fabrizio De André oggi?

Per fortuna, lui è stato capace di trasmettercelo e ognuno di noi adesso fa tesoro dell’insegnamento. In qualche modo si va avanti con determinate visioni, non dico condizionamenti, perché lui non ha mai voluto condizionare nessuno e non ha mai dato giudizi veri. Ha detto quello che pensava, lo ha detto con coraggio, mai in modo offensivo. Ecco, possiamo dire che ha dato parecchie lezioni che non tutti hanno raccolto, soprattutto in questo periodo. È un momento di grande rottura, ma in qualche modo, laddove è stato recepito, se ancora ci salveremo [ride, ndr] forse un pochino lo si deve anche a Fabrizio. E poi ha insegnato sempre l'umiltà. Diceva: “Sì, è vero, mi ascoltano, ho fatto le canzoni pacifiste, eccetera. Però le guerre e continuano ad aumentare”. Come dire che “alla fine non sono servito niente”. Ma questa è una sua opinione. Non aveva la certezza in fondo di essere per gli altri un maestro, un maestro di pensiero. In effetti, poi, lo è stato.

Beppe Donadio, La Regione